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martedì 14 febbraio 2017

Professor Franco Baldoni: “Ecco cos’è il Disturbo Affettivo Perinatale Paterno”

Oggi sono lieta di ospitare nel mio blog Valentina Colmi, una mamma blogger, che ha vissuto il dramma della Depressione Post Partum e fortunatamente ne è uscita. Da qui è nata l'idea del suo blog postpartum.it che vi invito a leggere!
La ringrazio per avermi permesso di riportare la sua intervista al Professor Franco Boldoni, massimo esperto in Italia di depressione nei padri.
Nell'intervista il Professor Boldoni spiega cosa sia il Disturbo Affettivo Perinatale Paterno e quanto sia ancora oggi un disturbo poco riconosciuto.
Buona Lettura!

disturbo affettivo perinatale paterno



Sono particolarmente fiera dell’intervista di oggi perché il Professor Franco Baldoni è uno dei pochi in Italia (se non il principale studioso) che si occupa di depressione anche nei padri. Medico Psicologo, psicoanalista, psicoterapeuta, è Professore Associato in Psicologia Clinica e docente di Metodologia Clinica presso il Dipartimento di Psicologia dell’Università di Bologna. Da anni svolge ricerche in psicosomatica, sugli aspetti clinici dell’attaccamento e sulle problematiche della paternità. E’ autore di numerosi articoli scientifici e di volumi pubblicati in Italia e all’estero. 
Professor Baldoni, il tema della depressione paterna è piuttosto complesso, anche per problemi terminologici e diagnostici: c’è chi parla di depressione post-partum paterna o di paternal blues. Secondo lei qual è la definizione più corretta e a che punto sono gli studi in Italia su questa patologia?
Casi clinici di disturbi affettivi nei padri (sintomi depressivi, attacchi di panico, crisi di ansia) sono stati descritti sin dall’inizio del secolo scorso, ma solo da alcuni anni si è tentato di diagnosticarli con precisione e molti problemi rimangono aperti. Oggi viene definita Depressione Perinatale Paterna(Paternal Perinatal Depression, PPND) la manifestazione nel padre di una sintomatologia depressiva nel periodo che va dall’inizio della gravidanza al primo anno dopo il parto, e questa denominazione si sta diffondendo anche nell’ambito della ricerca internazionale. La diagnosi di PPND è preferibile a quella di Depressione Post-Partum Paterna, in quanto è stato dimostrato che questi disturbi si manifestano spesso nei mesi precedenti al parto, per quanto la sintomatologia si possa protrarre nel periodo postnatale.
Dal mio punto di vista, per una maggiore correttezza terminologica, la denominazione diagnostica più corretta dovrebbe essere quella di “Disturbo Affettivo Perinatale Paterno” (Paternal Perinatal Affective Disorder), in quanto sono quasi sempre presenti anche sintomi ansiosi e il temine “disturbo affettivo” nella letteratura scientifica, viene da anni utilizzato per comprendere sia le alterazioni dell’umore che le sindromi ansiose.
La Depressione Perinatale Paterna va però distinta dalla Sindrome della Couvade, caratterizzata dalla manifestazione nel padre di sintomi somatici di entità lieve (nausea, gonfiore o sensazioni di fastidio, di tensione o di dolore all’addome) e di comportamenti femminili tipici della gravidanza che assumono raramente un valore psicopatologico preoccupante.
Dopo un lungo disinteresse, negli ultimi 15 anni la ricerca scientifica su questo argomento si è intensificata e anche i media hanno incominciato a interessarsi all’argomento. Questo è avvenuto anche in Italia, dove nel 2013 all’Università di Bologna abbiamo organizzato il primo congresso internazionale sul tema. Nei quotidiani e negli articoli divulgativi i disturbi affettivi paterni sono a volte indicati, in modo troppo generico e inadeguato, con il nome di Paternal Blues (o Baby Blues), facendo riferimento alle alterazioni affettive lievi e transitorie che frequentemente colpiscono la madre nei primi giorni dopo il parto, denominate Maternity Blues. Il termine “blues”, infatti, indica uno stato di malinconia, di tristezza esistenziale, piuttosto che di vera depressione. Nella maggior parte dei casi, invece, questi disturbi non sono affatto lievi e le loro conseguenze sulla salute del padre, della madre e del bambino sono molto serie.

Qual è la sintomatologia che presentano i neo o futuri papà che potrebbero soffrirne?
L’espressione clinica dei disturbi depressivi perinatali paterni è differente rispetto alla sindrome materna, sia che ci si riferisca alla Depressione Perinatale Materna che alla Depressione Post-Partum. Nel padre le alterazioni dell’umore (pianto, tristezza, sensi di incapacità e di impotenza) tendono ad essere più contenute e a presentarsi assieme con altri disturbi affettivi, somatici e comportamentaliche tendono a sovrapporsi alla sintomatologia depressiva, oppure a mascherarla. Tra questi in particolare: 1) i disturbi d’ansia (attacchi di panico, fobie, disturbi d’ansia generalizzati, disturbi ossessivo-compulsivi) che sembrano manifestarsi nei giovani padri ancora più frequentemente di quelli depressivi, 2) le lamentele somatiche (disturbi di somatizzazione, sindromi mediche funzionali, preoccupazioni ipocondriache), 3) gli agiti comportamentali (crisi di rabbia, condotte violente, attività fisica o sessuale compulsiva, fughe nel lavoro o con gli amici, suicidio), 4) l’abuso di sostanze (fumo, alcool, psicofarmaci, droghe) e altri disturbi di dipendenza (come quelli da gioco d’azzardo o da internet). In questi casi si manifestano frequentemente disturbi relazionali di coppia, con litigi, conflitti e relazioni extraconiugali (il periodo perinatale è quello in cui gli uomini tradiscono più frequentemente le loro compagne).
La depressione perinatale paterna, quindi, si differenzia dalla depressione post partum materna e – pur avendo un esordio e una durata simili a quella femminile –  si manifesta con sintomi differenti. Mi pare però che nell’uno e nell’altro caso ci sia una grossa difficoltà a formulare una diagnosi, visto che mancano delle linee guida. Qual è la sua opinione in proposito?
Non solo mancano linee guida chiare nel definire questi disturbi, ma gli strumenti diagnostici che vengono utilizzati nell’attività clinica e nella ricerca (in particolare i questionari autosomministrati) sono inadeguati per la valutazione dei padri perché sono stati sviluppati per la diagnosi dei disturbi affettivi femminili.  Recentemente, assieme ad alcuni colleghi italiani e stranieri, abbiamo sviluppato un nuovo strumento per la valutazione dei disturbi paterni, che abbiamo chiamato PAPA (Perinatal Assessment of Paternal Affectivity).  E’ il primo che valuta le varie aree problematiche evidenziate dalla ricerca scientifica sul padre, compresi i sintomi somatici, i problemi comportamentali e le difficoltà relazionali di coppia. E’ considerata anche la possibile influenza dei fattori socioculturali. Lo strumento, in corso di validazione in Europa e in Australia, è utile per lo “screening” in quanto permette di individuare i padri che presentano un rischio significativo di manifestare disturbi affettivi perinatali.  E’ molto semplice da somministrare (può farlo anche l’infermiera) e rapido da compilare, anche in una sala di aspetto nell’attesa di una visita ginecologica.

Secondo lei i corsi pre parto sono utili?
Certamente. Sono un’occasione preziosa per appassionare entrambi i genitori alla nascita del loro figlio, ma i padri vanno coinvolti fin dall’inizio della gravidanza, in occasione dei primi controlli ginecologici. Bisogna rivolgersi alla coppia, non solo alla madre. E’ una questione di mentalità.

Gli operatori del settore sono sufficientemente preparati sull’aspetto emotivo della genitorialità?
Questo è un punto cruciale. La formazione su questo argomento non è mai stata fatta. Da alcuni anni tengo seminari e conferenze sul ruolo del padre e sulla psicopatologia perinatale, anche all’interno dei consultori familiari e dei reparti ospedalieri di ginecologia e di terapia intensiva neonatale. Il personale sanitario che opera nell’ambito della genitorialità (medici di famiglia, pediatri, ginecologi, ostetriche, infermieri e psicologi), deve essere preparato a relazionarsi con tutta la famiglia e a riconoscere i segni precoci di un disturbo affettivo paterno. Corsi di formazione, seminari e conferenze su questi temi possono sensibilizzare i professionisti e favorire la prevenzione, ma è necessario che gli operatori si mostrino disposti a considerare i padri sin dalle prime consultazioni, promuovendo il loro coinvolgimento durante tutto il periodo perinatale.
Secondo la sua esperienza, la genitorialità è ancora un aspetto della vita che riguarda soprattutto le donne? Perché è importante riconoscere la figura del padre all’interno di un legame triadico?
Purtroppo ancora oggi la maggior parte dell’attività di sostegno alla gravidanza e di prevenzione dei disturbi affettivi perinatali è diretta alla madre. Sia le donne che gli operatori sanitari tendono a mantenere quello che gli anglosassoni hanno chiamato “maternal gate” (cancello materno), cioè a considerare la gravidanza e la nascita di un bambino come una faccenda esclusivamente femminile, nella quale coinvolgere il padre solo occasionalmente. Considero questo fatto molto negativo sul piano etico, in quanto ha portato a colpevolizzare le madri, ritenendole responsabili di tutte le difficoltà che insorgono nel rapporto con il proprio figlio (in particolare nel caso di una depressione perinatale). Tutta la psicologia contemporanea, invece, sostenuta da dati scientifici molto convincenti, tende oggi a considerate madre, padre e bambino come una triade in cui tutti si influenzano a vicenda. Per capire quello che accade in una famiglia e offrire una cura adeguata in caso di disturbi affettivi perinatali dobbiamo quindi considerare tutte le persone coinvolte, con particolare attenzione alla relazione tra padre e madre. Le ricerche, ad esempio, hanno dimostrato chiaramente che durante la gravidanza e in tutto l’anno successivo al parto gli stati mentali dei genitori si influenzano reciprocamente. Quando una madre è depressa, anche il padre tende ad esserlo, e viceversa. Considerando la problematica all’interno di una prospettiva familiare se uno dei due partner è depresso, l’intero sistema familiare è compromesso. E’ quindi importante valutare la sintomatologia affettiva sin dall’inizio della gravidanza e, quando un genitore risulta depresso, considerare attentamente la possibilità che anche l’altro soffra di disturbi dell’umore. Quando entrambi i partner sono affetti da un disturbo dell’umore il rischio per i figli aumenta. Curare un genitore depresso, quindi, comporta un beneficio per tutta la famiglia.
 Possiamo dire che c’è una crisi della figura paterna o semplicemente oggi questo aspetto viene maggiormente studiato?
Direi entrambe le cose. Sicuramente la fine di una cultura patriarcale, l’emancipazione sociale della donna, la maggiore libertà sessuale e la globalizzazione hanno favorito una crisi dell’identità paterna. Oggi molti padri imparano a cambiare il pannolino, a lavare, alimentare e a far addormentare il neonato. Questo, di per sé, è positivo, ma non deve far dimenticare che la funzione fondamentale del padre durante il periodo perinatale è sostenere la madre nel rapporto con il bambino, fornendole una base sicura e aiutandola a contenere le difficoltà emotive. Ad esempio, un padre può svegliarsi di notte per dare il biberon o riaddormentare il piccolo, ma il fine di questo deve essere permettere alla madre di riposare. In molti casi, invece, assistiamo ad una sorta di competizione, con padri che tentano di dimostrare di essere meglio delle loro compagne. Se poi il padre manifesta disturbi psicologici o comportamentali significativi, le conseguenze per la madre e per il figlio sono molto maggiori.Le difficoltà manifestate dagli uomini a ricoprire il loro ruolo nel rapporto con le compagne e con i figli ha portato a riconoscere questo problema e a considerarlo più seriamente dal punto di vista scientifico e sociale. Ma questo è avvenuto solo recentemente. Nel Congresso Mondiale della World Association for Infant Mental Health (WAIMH) che si è tenuto ad Edimburgo nel 2014, le relazioni dedicate al padre erano pochissime. Nell’ultimo congresso, che si è tenuto a Praga nel 2016, circa un quarto delle relazioni e dei simposi erano dedicati a questo argomento. Nel prossimo congresso, che si terrà a Roma nel 2018, sono sicuro che questa tendenza si confermerà. Dobbiamo aspettare però ancora un decennio perché i dati di ricerca influenzino in modo significativo l’attività clinica quotidiana dei professionisti e dei servizi pubblici.
Per chi volesse approfondire ecco una piccola bibliografia:
  • Baldoni, F. (2015). Figli piccolissimi e mamme stressate? Tanto c’è papà. Avvenire (suppl. Noi Genitori & Figli) 18 Ottobre, Anno XIX, pp. 14-17.
  • Baldoni F. (2015), Attaccamento e disturbi affettivi paterni nel periodo perinatale. In A. Imbasciati e L. Cena (a cura di) Psicologia clinica perinatale per le professioni sanitarie e psicosociali. Vol. 1 – Neonato e radici della salute mentale. Milano: Franco Angeli, pp. 202-219.
  • Baldoni F. (2016), I disturbi affettivi nei padri. In P. Grussu e A. Bramante (Eds.), Manuale di Psicopatologia Perinatale, Trento, Erickson, pp. 443-486.
  • Baldoni F. e Ceccarelli L. (2010), La depressione perinatale paterna. Una rassegna della ricerca clinica ed empirica. Infanzia e Adolescenza, vol. 9 (2), pp. 79-92.
  • Baldoni F. e Ceccarelli L. (2013), La depressione perinatale nei padri. In V. Caretti, N. Ragonese e C. Crisafi (a cura di), La depressione perinatale. Aspetti clinici e di ricerca sulla genitorialità a rischio. Roma, Giovanni Fioriti, pp. 145-173.

lunedì 24 ottobre 2016

PAPA’ SEPARATI: COME GESTIRE I RIMPROVERI


Quando si parla di bambini è sempre molto difficile affrontare il tema della separazione dei genitori, tema molto vasto che comprende vari aspetti: psicologici, sociali, economici, etc.
Nel pensare al taglio da dare a questo articolo, ho deciso di affrontare un aspetto specifico: la gestione dei rimproveri durante i week end in cui i figli sono con il papà.
La domanda che tante volte mi è stata posta da papà separati è: “come posso continuare a svolgere la mia funzione di padre, come posso educare i miei figli, rimproverarli quando serve, se li vedo un week end sì ed uno no?”, “cosa devono pensare i bambini, li vedo poco e per quel poco tempo li rimprovero pure?”
Si assiste allora a situazioni in cui il papà diviene un “intrattenitore”, qualcuno che per quel poco tempo in cui vede i suoi bambini pensa a come far trascorrere quelle ore, quelle giornate, a quali attività proporre, a come non farli annoiare, a come poterli accontentare. Bandita ogni quotidianità, ogni pranzo o cena a casa, bisogna trovare sempre qualcosa di bello da far fare ai bambini!
È pur vero che ogni situazione di separazione è differente dalle altre, che ci sono dinamiche che sono assolutamente singolari e particolari per ogni coppia, però è anche vero che molti papà si ritrovano a porsi le stesse domande.
Cosa fare allora?
È giusto che un bambino figlio di genitori separati non abbia diritto ad essere educato dal padre oltreché dalla madre?
È giusto che il papà venga considerato solo colui che “mi porta al parco, alle giostre e a mangiare al fast food?”
Chi dice che il tempo che i bambini trascorrono con il papà debba necessariamente essere un tempo piacevole, sereno, senza intoppi, senza difficoltà?
Mai nessuna relazione genitori figli è stata priva di difficoltà, una relazione improntata al mero divertimento ed intrattenimento è una relazione fittizia e quindi inadatta ad assicurare uno sviluppo sereno del bambino.
Bisogna accettare il fatto che i bambini devono essere educati e se è il caso richiamati anche dal papà nei due o tre giorni che stanno insieme. Se il bambino manifesta dei comportamenti tali da richiedere l’intervento dell’adulto, il papà ha tutto il diritto di intervenire! Non solo ne ha il diritto, ne ha il DOVERE!
Il bambino ha bisogno del padre oltreché della madre e ne ha bisogno da un lato come colui che, insieme alla mamma, concorda le regole, pone dei limiti e li fa rispettare, ne ha anche bisogno come punto di riferimento, come colui al quale identificarsi, come modello da seguire, anche quando nell’adolescenza questo modello non andrà più bene. Se non andrà bene sarà comunque per il fatto che c’è stato e che ora il ragazzo adolescente vi si contrappone, alla ricerca di una propria identità. Ma non possiamo distaccarci da qualcosa che non c’è stato, non possiamo contrapporci ad un modello se non lo abbiamo avuto!
Spesso i papà vivono con molta sofferenza e pesanti sensi di colpa la lontananza dai figli, e ciò li porta a non assumere mai un ruolo “scomodo”.
Non si tratta soltanto di come un bambino possa vivere negativamente il rapporto con il papà se questi lo richiama e gli fa seguire determinare regole, si tratta anche di come il papà stesso vive questa funzione, la conflittualità che ha in sé.
Possiamo affermare che è già difficile per i papà di oggi assumere una funzione che nel tempo si è enormemente modificata; spesso c’è disorientamento, c’è confusione, il papà non è più il detentore della legge, autoritario, con il quale “non ci si poteva parlare, si faceva come diceva lui e basta!”; oggi il papà entra in una relazione emotiva ed affettiva importante, si occupa dell’accudimento del bambino, i ruoli all’interno della famiglia sono molto più sfumati, a volte si sovrappongono.
Come gestire tutto questo in una situazione di separazione?
Vediamo cosa deve fare il papà ed anche cosa deve fare la mamma.
Il papà deve accettare di essere, talvolta, anche il destinatario della rabbia e dell’aggressività del bambino. Ogni bambino che viene richiamato o che deve seguire determinate regole prova rabbia ed aggressività, fastidio, nervosismo, il papà deve essere in grado di accogliere questi sentimenti quando si presentano, anche se si sta insieme solo due giorni; accoglierli ed elaborarli insieme al bambino “comprendo che tu sia arrabbiato perché non ti permetto di trascorrere tutto il tempo davanti al videogioco ma sai che c’è una regola secondo la quale si gioca con il videogioco un’ora al giorno e non di più! E questo vale sia quando sei con la mamma che con il papà!”.
E veniamo adesso al ruolo che la mamma riveste in tutto questo.
Ci si può chiedere “e che c’entra la mamma? Il bambino è da solo con il papà!”.
Mi è capitato molte volte di papà che si lamentano di aver rimproverato il proprio figlio ed essersi ritrovati sotto casa l’ex moglie, chiamata dal bambino, perché dopo il rimprovero non voleva più stare con il papà.
Cosa deve fare una mamma quando il bambino viene richiamato dal papà e telefona in lacrime dicendo “non ci voglio stare più con papà, vienimi a prendere!”.
Che messaggio trasmette la mamma al bambino rispondendo positivamente alla sua richiesta?
Andandolo a prendere la mamma squalifica completamente il papà, agli occhi del bambino non lo autorizza ad agire in quella determinata maniera, ad educarlo, a richiamarlo se sbaglia.
Si può comprendere molto bene l’angoscia di una mamma che sente al telefono il bambino che chiede il suo intervento, ma tante volte per il bene dei nostri figli dobbiamo gestire l’angoscia e fare la cosa più giusta pensando a lungo termine e non a breve termine.
A breve termine io risolvo il problema, il bambino piange, non vuole più stare con il papà che l’ha richiamato, o che non lo ha accontentato, lo vado a prendere e tutto si rasserena.
E a lungo termine?
La mamma sta impedendo al proprio figlio di sperimentare la propria relazione con il papà. Come dicevo più sopra le relazioni vere sono fatte di momenti belli e momenti brutti e tutti noi lo sappiamo se pensiamo alle nostre relazioni con i nostri genitori. Allora perché privare il bambino di sperimentare una lite con il papà, una lite che poi porterà ad un chiarimento e ad una riappacificazione, e dunque ad una crescita del rapporto tra i due?
Ogni mamma dovrebbe domandarselo!
“Ecco ancora una volta è colpa delle mamme” qualcuno starà pensando! Non è così. Non è una questione di colpe. Non è di questo che si tratta. Si tratta del peso che la “parola” della mamma ha per un bambino, dell’importanza che per un bambino hanno le reazioni della mamma.
Se un bambino va con il papà e vede che la mamma è tranquilla, vivrà anche lui in maniera più tranquilla il distacco dalla mamma e il tempo trascorso con il papà. Se percepisce l’ansia della mamma, invece, anche lui si mostrerà più ansioso.
Se alla fatidica telefonata “vienimi a prendere” la mamma si mostra comprensiva, ascolta ciò che è successo, ma invita il bambino a risolvere da solo con il papà il problema che si è posto, farà un grande favore al proprio figlio, gli permetterà di costruire e vivere un rapporto autentico con il padre e ogni bambino ne ha il diritto!
E quando sono i papà a telefonare alle mamme dicendo “vienilo a prendere perché non vuole più stare?”.
Anche qui la reazione della mamma può essere fondamentale per riportare il papà ad assumere il suo ruolo, a gestire da solo la relazione con il bambino e a non “auto screditarsi” agli occhi del figlio. Cosa può pensare un bambino che ascolta questa telefonata “papà non vede l’ora di liberarsi di me”, anche se non è vero, anche se il papà lo fa perché non riesce a gestire la difficoltà da solo e cerca una soluzione semplice, il bambino penserà sempre che “in fondo papà non ci tiene poi così tanto!”.


Dott.ssa Roberta La Barbera
Psicologa e Psicoterapeuta