mercoledì 22 marzo 2017

Open Day. Giornata Mondiale della Salute "Depressione: parliamone"



Lo Studio di Psicologia e Psicoterapia di Via Paolo Veronese, in occasione della Giornata Mondiale della Salute "Depressione: parliamone", organizza delle consultazioni individuali gratuite e tre incontri di gruppo, il primo sulla Depressione e le Difficoltà Scolastiche, il secondo sulla Depressione Post Partum e il terzo sulla Depressione e la Disabilità
La partecipazione a tutte le attività è gratuita previa prenotazione entro il 4 aprile. 

sabato 18 febbraio 2017

Che cos'è l'adolescenza?

Adolescenza complesso del gambero


Il testo che pubblico oggi è tratto dal libro I Problemi degli Adolescenti della nota Psicoanalista Françoise Dolto.
In questo testo l'autrice descrive l'adolescenza, con particolare riferimento al "Complesso del Gambero", cioè a quel momento di passaggio in cui il gambero perde il proprio esoscheletro per crearne uno nuovo, restando per qualche tempo sguarnito, indifeso.
Buona lettura!


L'adolescenza è la fase di passaggio che divide l'infanzia dall'età adulta e ha come momento centrale la pubertà . A dire il vero, i suoi confini sono piuttosto vaghi. Senza dubbio, ciò a cui assomiglia maggiormente è la nascita. Al momento del parto, veniamo separati da nostra madre con il taglio del cordone ombelicale, ma spesso ci dimentichiamo che tra madre e figlio c'era uno straordinario organo che li univa: la placenta2 . La placenta ci forniva tutto ciò che era necessario per sopravvivere e filtrava molte delle sostanze dannose presenti nel sangue materno. Senza di essa prima della nascita non era possibile alcuna forma di vita ma, una volta nati, per poter vivere è assolutamente indispensabile abbandonarla.

L'adolescenza è come una seconda nascita che si realizzerà in tappe progressive. È necessario abbandonare a poco a poco la protezione familiare proprio come un tempo si è abbandonata la placenta. Lasciare l'infanzia, cancellare il bambino che è in noi, è una mutazione. Talvolta si ha l'impressione di morire. È una mutazione veloce, in alcuni casi troppo veloce. La natura lavora secondo ritmi propri. Bisogna adattarvisi e non sempre si è preparati. Si sa che cosa muore, ma ancora non si vede verso che cosa si sta procedendo. C'è qualcosa che non quadra, ma non si sa bene né come né perché. Nulla è più come prima, ma si tratta di uno stato davvero indefinibile.

 Per esempio, per i maschi il mutamento del tono della voce è un fatto doloroso. È duro rinunciare definitivamente alla propria voce, quella che da anni ci accompagnava. C'è insicurezza nell'aria, ci sono il desiderio di venirne fuori e la mancanza di fiducia in se stessi. Si ha contemporaneamente bisogno di essere controllati e bisogno di libertà, e non è facile trovare il giusto equilibrio tra queste due esigenze. Per i genitori, così come per i figli, la misura ideale varia secondo i giorni e le circostanze.

 Si vorrebbe dimostrare di essere capaci di avventurarsi nella società. La legge prevede che i genitori siano responsabili dei figli fino al raggiungimento della maggiore età, e i ragazzi stessi sentono di tanto in tanto questo bisogno di protezione. Ma ognuno deve essere responsabile di se stesso. Si tratta, in effetti, di una CORRESPONSABILITÀ. Considerata l'incredibile evoluzione che si produce in noi, avremmo bisogno di avvertire l'interesse dell'ambiente familiare, ma quando questo interesse  si manifesta può trattenerci nell'infanzia o, al contrario, spingerci troppo in fretta a diventare adulti. In entrambi i casi ci si sente incastrati da questa attenzione, mentre si sarebbe voluto un aiuto.

 Si vorrebbe parlare da adulti, ma non se ne hanno ancora i mezzi. Si vorrebbe prendere la parola ed essere ascoltati sul serio. Quando però ci è permesso parlare, troppo spesso ciò serve a giudicarci senza capirci. Ci si fa strada con le parole e ci si ritrova in trappola. Si intuisce che è essenziale abbandonare un giorno i genitori. E allora è necessario cominciare con l'interrompere un certo tipo di rapporti con loro. Ci si vuole avviare verso una vita diversa.

 Ma che genere di vita? Non sempre si desidera avere quella dei propri genitori. Guardandoli vivere, si crede talvolta di vedere il proprio futuro e questo spaventa. Ci si sente scivolare impotenti lungo una china. Si perdono le proprie difese, i propri mezzi di comunicazione abituali, senza aver potuto inventarne di nuovi.

 Quando i gamberi cambiano il guscio, per prima cosa perdono quello vecchio restando senza difesa durante il tempo necessario per fabbricarne uno nuovo. Ed è proprio in questo periodo che sono esposti a gravi pericoli. Per gli adolescenti è un po' la stessa cosa. E fabbricarsi un nuovo guscio costa tante lacrime e tante fatiche che è un po' come se lo si «trasudasse».

 Nei paraggi di un gambero indifeso c'è sempre un grongo (un grosso pesce predatore) in agguato, pronto a divorarlo. L'adolescenza è il dramma del gambero! Il nostro grongo personale è tutto quanto ci minaccia, dentro e fuori di noi, e a cui spesso non pensiamo.

 Il grongo è forse il bimbetto che siamo stati, che non vuole uscire di scena e che ha paura di perdere la protezione dei genitori. Ci trattiene nell'infanzia e impedisce di nascere all'adulto che saremo. Il grongo è pure quel bambino collerico che è in noi, e che crede che si diventi adulti litigando con gli adulti. Il grongo, inoltre, rappresenta forse quegli adulti pericolosi, a volte profittatori, che girano attorno agli adolescenti perché intuiscono che sono vulnerabili. I genitori sono consapevoli dell'esistenza di persone del genere e che il pericolo incombe su di noi.

 Spesso hanno ragione quando ci invitano a essere prudenti, anche se è difficile accettare tale consiglio.

 Ma l'adolescenza è anche un movimento ricco di forza, di promesse e di vita: uno sbocciare. Questa forza è molto importante, è l'energia stessa di questa trasformazione. Come germogli che spuntano dalla terra, si ha bisogno di uscire. Forse per questo la parola uscire è così importante. Uscire è abbandonare il vecchio bozzolo ormai divenuto soffocante, è anche avere nuove relazioni amorose. Uscire è quindi un termine chiave che traduce bene il grande movimento che ci scuote.

 In gruppo ci si sente bene, si hanno gli stessi riferimenti, un proprio linguaggio in codice che permette di non utilizzare quello degli adulti. Si desidererebbe che non ci fosse più il tu o il lei, ma soltanto un tu di fratellanza che si vorrebbe usare sempre e che non è il tu degli adulti, che a volte è soltanto condiscendenza

 Non ci sono adolescenze senza problemi, senza sofferenza; questo è forse il periodo più doloroso della vita, ma anche quello delle gioie più intense. Il rischio è che si ha voglia di fuggire da tutto ciò che è difficile. Fuggire fuori da sé gettandosi in avventure dubbie o pericolose, trascinati da persone che conoscono la fragilità degli adolescenti. Fuggire dentro di sé, barricarsi dentro un guscio fasullo. L'adolescenza è sempre difficile, ma, se i genitori e i figli hanno fiducia nella vita, tutto va sempre a posto.


venerdì 17 febbraio 2017

BABY BLUES E DEPRESSIONE POST PARTUM

baby blues


È molto più frequente di quanto si creda che i primi giorni della maternità siano caratterizzati, per la mamma, da una forma di tristezza.
Il senso comune può considerare ciò insolito, inconsueto, “perché una mamma che ha appena realizzato il suo sogno e tiene tra le sue braccia il suo piccolo dovrebbe sentirsi triste?”
Eppure il Baby Blues e la Depressione Post-Partum colpiscono, in misura differente ovviamente, la maggior parte delle mamme.

Bisogna fare una distinzione tra queste due forme di tristezza.


Il Baby Blues è un disagio transitorio che si verifica già durante la prima settimana dopo il parto e che si protrae in media per una decina di giorni, risolvendosi senza l’aiuto medico o psicologico.
Esso è caratterizzato da instabilità dell’umore, facile tendenza al pianto, ansia e perdita di concentrazione.
Le cause sono da ricercare prevalentemente in una modificazione a livello ormonale conseguente al parto ma anche nell’improvviso aumento di responsabilità che, in un momento iniziale, può provocare delle reazioni ansiose.


La Depressione Post-Partum, invece, è una vera e propria patologia che non va sottovalutata, poiché è causa di molta sofferenza per la mamma e rischia, altresì, di danneggiare il normale ed armonico sviluppo del bambino.
Tra i sintomi, alcuni dei quali simili a quelli del Baby Blues, certamente colpisce la sensazione di alcune madri di non riuscire ad amare il proprio bambino, di non mostrare interesse per lui e per le cure delle quali il piccolo ha bisogno.
La Depressione post-partum non insorge necessariamente subito dopo il parto, ma può verificarsi anche dopo alcuni mesi, inoltre non si risolve in tempi brevi, come il Baby blues, e richiede per questo l’aiuto di un medico e soprattutto di uno psicoterapeuta.
Tra le cause, oltre alle modificazioni ormonali, vi sono molte componenti psicologiche e sociali.


Spesso le mamme che sviluppano una Depressione Post-Partum sono donne che si aspettano molto da se stesse, pretendendo di essere perfette nel loro ruolo di madri e di mogli e spesso hanno difficoltà a richiedere l’aiuto degli altri. Quando però si accorgono di non riuscire a gestire tutto da sole, tendono a sentirsi in colpa per questo, pensando di non essere all’altezza, di non essere delle buone madri.
Vi sono, inoltre, dei fattori sociali che incidono nello svilupparsi di questa patologia, poiché spesso le famiglie vivono in contesti sociali poveri di legami forti e di frequente le giovani madri rimangono da sole con il proprio piccolo anche per molte ore di seguito. La mancanza di una rete sociale che aiuti la mamma nelle attività quotidiane e che la sostenga nel processo di “conoscenza” del proprio bambino è certamente un fattore aggravante.
Una giovane mamma, infatti, non sa per “istinto” cosa fare con il suo bambino, come prendersene cura, se sta commettendo degli errori, ma ha bisogno del sostegno di qualcuno che pian piano possa aiutarla ad “imparare” tutto questo.
Certamente un mezzo per contrastare la Depressione Post-Partum è il dialogo; tante mamme, in effetti, spesso a causa del senso di colpa e di inadeguatezza che provano, proprio perché si sentono “anormali”, “sbagliate” tendono a chiudersi in se stesse e a non ammettere di trovarsi in una situazione di disagio che viene avvertita come “innaturale”.
Il dialogo, in primis con il proprio partner, ma anche con le amiche o con alcuni parenti, può essere già una valida soluzione per iniziare a chiedere aiuto, per ammettere di avere bisogno degli altri, di avere delle paure, delle insicurezze che sono assolutamente legittime.
A volte, però, il dialogo da solo non può bastare, infatti è possibile che la Depressione Post-Partum si instauri in donne con una personalità particolarmente fragile, ed allora, in quel caso, è opportuno richiedere l’aiuto del medico e dello psicoterapeuta, al fine di aiutare la mamma nell’elaborazione di tutto quello che le sta accadendo e consentirle di vivere in un modo più adeguato, per sé e per il suo bambino, la sua maternità.

Uno dei test più utili per individuare la Depressione Post-Partum  è il Test di Edimburgo.
Se ritieni di poter avere bisogno di aiuto, puoi utilizzare il test per una prima autovalutazione.

Per iniziare clicca qui

martedì 14 febbraio 2017

Professor Franco Baldoni: “Ecco cos’è il Disturbo Affettivo Perinatale Paterno”

Oggi sono lieta di ospitare nel mio blog Valentina Colmi, una mamma blogger, che ha vissuto il dramma della Depressione Post Partum e fortunatamente ne è uscita. Da qui è nata l'idea del suo blog postpartum.it che vi invito a leggere!
La ringrazio per avermi permesso di riportare la sua intervista al Professor Franco Boldoni, massimo esperto in Italia di depressione nei padri.
Nell'intervista il Professor Boldoni spiega cosa sia il Disturbo Affettivo Perinatale Paterno e quanto sia ancora oggi un disturbo poco riconosciuto.
Buona Lettura!

disturbo affettivo perinatale paterno



Sono particolarmente fiera dell’intervista di oggi perché il Professor Franco Baldoni è uno dei pochi in Italia (se non il principale studioso) che si occupa di depressione anche nei padri. Medico Psicologo, psicoanalista, psicoterapeuta, è Professore Associato in Psicologia Clinica e docente di Metodologia Clinica presso il Dipartimento di Psicologia dell’Università di Bologna. Da anni svolge ricerche in psicosomatica, sugli aspetti clinici dell’attaccamento e sulle problematiche della paternità. E’ autore di numerosi articoli scientifici e di volumi pubblicati in Italia e all’estero. 
Professor Baldoni, il tema della depressione paterna è piuttosto complesso, anche per problemi terminologici e diagnostici: c’è chi parla di depressione post-partum paterna o di paternal blues. Secondo lei qual è la definizione più corretta e a che punto sono gli studi in Italia su questa patologia?
Casi clinici di disturbi affettivi nei padri (sintomi depressivi, attacchi di panico, crisi di ansia) sono stati descritti sin dall’inizio del secolo scorso, ma solo da alcuni anni si è tentato di diagnosticarli con precisione e molti problemi rimangono aperti. Oggi viene definita Depressione Perinatale Paterna(Paternal Perinatal Depression, PPND) la manifestazione nel padre di una sintomatologia depressiva nel periodo che va dall’inizio della gravidanza al primo anno dopo il parto, e questa denominazione si sta diffondendo anche nell’ambito della ricerca internazionale. La diagnosi di PPND è preferibile a quella di Depressione Post-Partum Paterna, in quanto è stato dimostrato che questi disturbi si manifestano spesso nei mesi precedenti al parto, per quanto la sintomatologia si possa protrarre nel periodo postnatale.
Dal mio punto di vista, per una maggiore correttezza terminologica, la denominazione diagnostica più corretta dovrebbe essere quella di “Disturbo Affettivo Perinatale Paterno” (Paternal Perinatal Affective Disorder), in quanto sono quasi sempre presenti anche sintomi ansiosi e il temine “disturbo affettivo” nella letteratura scientifica, viene da anni utilizzato per comprendere sia le alterazioni dell’umore che le sindromi ansiose.
La Depressione Perinatale Paterna va però distinta dalla Sindrome della Couvade, caratterizzata dalla manifestazione nel padre di sintomi somatici di entità lieve (nausea, gonfiore o sensazioni di fastidio, di tensione o di dolore all’addome) e di comportamenti femminili tipici della gravidanza che assumono raramente un valore psicopatologico preoccupante.
Dopo un lungo disinteresse, negli ultimi 15 anni la ricerca scientifica su questo argomento si è intensificata e anche i media hanno incominciato a interessarsi all’argomento. Questo è avvenuto anche in Italia, dove nel 2013 all’Università di Bologna abbiamo organizzato il primo congresso internazionale sul tema. Nei quotidiani e negli articoli divulgativi i disturbi affettivi paterni sono a volte indicati, in modo troppo generico e inadeguato, con il nome di Paternal Blues (o Baby Blues), facendo riferimento alle alterazioni affettive lievi e transitorie che frequentemente colpiscono la madre nei primi giorni dopo il parto, denominate Maternity Blues. Il termine “blues”, infatti, indica uno stato di malinconia, di tristezza esistenziale, piuttosto che di vera depressione. Nella maggior parte dei casi, invece, questi disturbi non sono affatto lievi e le loro conseguenze sulla salute del padre, della madre e del bambino sono molto serie.

Qual è la sintomatologia che presentano i neo o futuri papà che potrebbero soffrirne?
L’espressione clinica dei disturbi depressivi perinatali paterni è differente rispetto alla sindrome materna, sia che ci si riferisca alla Depressione Perinatale Materna che alla Depressione Post-Partum. Nel padre le alterazioni dell’umore (pianto, tristezza, sensi di incapacità e di impotenza) tendono ad essere più contenute e a presentarsi assieme con altri disturbi affettivi, somatici e comportamentaliche tendono a sovrapporsi alla sintomatologia depressiva, oppure a mascherarla. Tra questi in particolare: 1) i disturbi d’ansia (attacchi di panico, fobie, disturbi d’ansia generalizzati, disturbi ossessivo-compulsivi) che sembrano manifestarsi nei giovani padri ancora più frequentemente di quelli depressivi, 2) le lamentele somatiche (disturbi di somatizzazione, sindromi mediche funzionali, preoccupazioni ipocondriache), 3) gli agiti comportamentali (crisi di rabbia, condotte violente, attività fisica o sessuale compulsiva, fughe nel lavoro o con gli amici, suicidio), 4) l’abuso di sostanze (fumo, alcool, psicofarmaci, droghe) e altri disturbi di dipendenza (come quelli da gioco d’azzardo o da internet). In questi casi si manifestano frequentemente disturbi relazionali di coppia, con litigi, conflitti e relazioni extraconiugali (il periodo perinatale è quello in cui gli uomini tradiscono più frequentemente le loro compagne).
La depressione perinatale paterna, quindi, si differenzia dalla depressione post partum materna e – pur avendo un esordio e una durata simili a quella femminile –  si manifesta con sintomi differenti. Mi pare però che nell’uno e nell’altro caso ci sia una grossa difficoltà a formulare una diagnosi, visto che mancano delle linee guida. Qual è la sua opinione in proposito?
Non solo mancano linee guida chiare nel definire questi disturbi, ma gli strumenti diagnostici che vengono utilizzati nell’attività clinica e nella ricerca (in particolare i questionari autosomministrati) sono inadeguati per la valutazione dei padri perché sono stati sviluppati per la diagnosi dei disturbi affettivi femminili.  Recentemente, assieme ad alcuni colleghi italiani e stranieri, abbiamo sviluppato un nuovo strumento per la valutazione dei disturbi paterni, che abbiamo chiamato PAPA (Perinatal Assessment of Paternal Affectivity).  E’ il primo che valuta le varie aree problematiche evidenziate dalla ricerca scientifica sul padre, compresi i sintomi somatici, i problemi comportamentali e le difficoltà relazionali di coppia. E’ considerata anche la possibile influenza dei fattori socioculturali. Lo strumento, in corso di validazione in Europa e in Australia, è utile per lo “screening” in quanto permette di individuare i padri che presentano un rischio significativo di manifestare disturbi affettivi perinatali.  E’ molto semplice da somministrare (può farlo anche l’infermiera) e rapido da compilare, anche in una sala di aspetto nell’attesa di una visita ginecologica.

Secondo lei i corsi pre parto sono utili?
Certamente. Sono un’occasione preziosa per appassionare entrambi i genitori alla nascita del loro figlio, ma i padri vanno coinvolti fin dall’inizio della gravidanza, in occasione dei primi controlli ginecologici. Bisogna rivolgersi alla coppia, non solo alla madre. E’ una questione di mentalità.

Gli operatori del settore sono sufficientemente preparati sull’aspetto emotivo della genitorialità?
Questo è un punto cruciale. La formazione su questo argomento non è mai stata fatta. Da alcuni anni tengo seminari e conferenze sul ruolo del padre e sulla psicopatologia perinatale, anche all’interno dei consultori familiari e dei reparti ospedalieri di ginecologia e di terapia intensiva neonatale. Il personale sanitario che opera nell’ambito della genitorialità (medici di famiglia, pediatri, ginecologi, ostetriche, infermieri e psicologi), deve essere preparato a relazionarsi con tutta la famiglia e a riconoscere i segni precoci di un disturbo affettivo paterno. Corsi di formazione, seminari e conferenze su questi temi possono sensibilizzare i professionisti e favorire la prevenzione, ma è necessario che gli operatori si mostrino disposti a considerare i padri sin dalle prime consultazioni, promuovendo il loro coinvolgimento durante tutto il periodo perinatale.
Secondo la sua esperienza, la genitorialità è ancora un aspetto della vita che riguarda soprattutto le donne? Perché è importante riconoscere la figura del padre all’interno di un legame triadico?
Purtroppo ancora oggi la maggior parte dell’attività di sostegno alla gravidanza e di prevenzione dei disturbi affettivi perinatali è diretta alla madre. Sia le donne che gli operatori sanitari tendono a mantenere quello che gli anglosassoni hanno chiamato “maternal gate” (cancello materno), cioè a considerare la gravidanza e la nascita di un bambino come una faccenda esclusivamente femminile, nella quale coinvolgere il padre solo occasionalmente. Considero questo fatto molto negativo sul piano etico, in quanto ha portato a colpevolizzare le madri, ritenendole responsabili di tutte le difficoltà che insorgono nel rapporto con il proprio figlio (in particolare nel caso di una depressione perinatale). Tutta la psicologia contemporanea, invece, sostenuta da dati scientifici molto convincenti, tende oggi a considerate madre, padre e bambino come una triade in cui tutti si influenzano a vicenda. Per capire quello che accade in una famiglia e offrire una cura adeguata in caso di disturbi affettivi perinatali dobbiamo quindi considerare tutte le persone coinvolte, con particolare attenzione alla relazione tra padre e madre. Le ricerche, ad esempio, hanno dimostrato chiaramente che durante la gravidanza e in tutto l’anno successivo al parto gli stati mentali dei genitori si influenzano reciprocamente. Quando una madre è depressa, anche il padre tende ad esserlo, e viceversa. Considerando la problematica all’interno di una prospettiva familiare se uno dei due partner è depresso, l’intero sistema familiare è compromesso. E’ quindi importante valutare la sintomatologia affettiva sin dall’inizio della gravidanza e, quando un genitore risulta depresso, considerare attentamente la possibilità che anche l’altro soffra di disturbi dell’umore. Quando entrambi i partner sono affetti da un disturbo dell’umore il rischio per i figli aumenta. Curare un genitore depresso, quindi, comporta un beneficio per tutta la famiglia.
 Possiamo dire che c’è una crisi della figura paterna o semplicemente oggi questo aspetto viene maggiormente studiato?
Direi entrambe le cose. Sicuramente la fine di una cultura patriarcale, l’emancipazione sociale della donna, la maggiore libertà sessuale e la globalizzazione hanno favorito una crisi dell’identità paterna. Oggi molti padri imparano a cambiare il pannolino, a lavare, alimentare e a far addormentare il neonato. Questo, di per sé, è positivo, ma non deve far dimenticare che la funzione fondamentale del padre durante il periodo perinatale è sostenere la madre nel rapporto con il bambino, fornendole una base sicura e aiutandola a contenere le difficoltà emotive. Ad esempio, un padre può svegliarsi di notte per dare il biberon o riaddormentare il piccolo, ma il fine di questo deve essere permettere alla madre di riposare. In molti casi, invece, assistiamo ad una sorta di competizione, con padri che tentano di dimostrare di essere meglio delle loro compagne. Se poi il padre manifesta disturbi psicologici o comportamentali significativi, le conseguenze per la madre e per il figlio sono molto maggiori.Le difficoltà manifestate dagli uomini a ricoprire il loro ruolo nel rapporto con le compagne e con i figli ha portato a riconoscere questo problema e a considerarlo più seriamente dal punto di vista scientifico e sociale. Ma questo è avvenuto solo recentemente. Nel Congresso Mondiale della World Association for Infant Mental Health (WAIMH) che si è tenuto ad Edimburgo nel 2014, le relazioni dedicate al padre erano pochissime. Nell’ultimo congresso, che si è tenuto a Praga nel 2016, circa un quarto delle relazioni e dei simposi erano dedicati a questo argomento. Nel prossimo congresso, che si terrà a Roma nel 2018, sono sicuro che questa tendenza si confermerà. Dobbiamo aspettare però ancora un decennio perché i dati di ricerca influenzino in modo significativo l’attività clinica quotidiana dei professionisti e dei servizi pubblici.
Per chi volesse approfondire ecco una piccola bibliografia:
  • Baldoni, F. (2015). Figli piccolissimi e mamme stressate? Tanto c’è papà. Avvenire (suppl. Noi Genitori & Figli) 18 Ottobre, Anno XIX, pp. 14-17.
  • Baldoni F. (2015), Attaccamento e disturbi affettivi paterni nel periodo perinatale. In A. Imbasciati e L. Cena (a cura di) Psicologia clinica perinatale per le professioni sanitarie e psicosociali. Vol. 1 – Neonato e radici della salute mentale. Milano: Franco Angeli, pp. 202-219.
  • Baldoni F. (2016), I disturbi affettivi nei padri. In P. Grussu e A. Bramante (Eds.), Manuale di Psicopatologia Perinatale, Trento, Erickson, pp. 443-486.
  • Baldoni F. e Ceccarelli L. (2010), La depressione perinatale paterna. Una rassegna della ricerca clinica ed empirica. Infanzia e Adolescenza, vol. 9 (2), pp. 79-92.
  • Baldoni F. e Ceccarelli L. (2013), La depressione perinatale nei padri. In V. Caretti, N. Ragonese e C. Crisafi (a cura di), La depressione perinatale. Aspetti clinici e di ricerca sulla genitorialità a rischio. Roma, Giovanni Fioriti, pp. 145-173.

mercoledì 11 gennaio 2017

GENITORI SPAZZANEVE

Il 20 Gennaio, la Dott.ssa La Barbera terrà in incontro dal titolo "I Genitori Spazzaneve". L'incontro dedicato ai genitori tratterà del fenomeno, sempre più frequente, dei "Genitori Spazzaneve", quei genitori, cioè, che anticipano sempre i figli, spianando loro la strada piuttosto che aiutandoli a percorrerla da soli.

Per prenotare la tua partecipazione clicca qui.


chi sono i genitori spazzaneve

sabato 7 gennaio 2017

COME FACCIO A FAR USCIRE MIO FIGLIO DAL LETTONE

bedsharing come uscire dal lettone


Oggi pubblichiamo un articolo che la Dott.ssa Roberta La Barbera ha pubblicato sul sito Professione Genitori.
L'articolo invita alla riflessione sul cosleeping, offrendo delle risposte ad alcuni degli interrogativi che tutti i genitori prima o poi si pongono.
Per saperne di più Clicca qui.

lunedì 12 dicembre 2016

martedì 29 novembre 2016

INCOERENZA EDUCATIVA. Quando mamma e papà non sono d'accordo.



Una delle problematiche più diffuse tra le coppie di genitori nell’educazione dei propri figli è l’incoerenza educativa.
Cosa intendo per “incoerenza educativa”?
Intendo con questa espressione la differente concezione di cosa voglia dire educare un figlio, quali regole fargli seguire, come gestire i rimproveri, i cosiddetti “capricci” e così via…
Quante volte ci è capitato di assistere, o vivere, situazioni in cui uno dei due genitori rimprovera il figlio e l’altro interviene disconfermando e screditando il coniuge? Oppure in cui ad esempio la mamma si lamenta del disordine in casa e il papà dice al figlio con aria di complicità “lasciala stare lo sai che è esagerata!”. Ammesso che la mamma possa davvero essere “esagerata” nel pretendere l’ordine da parte di un bambino, un intervento come quello del papà a cosa serve? A chi serve? All’interno di quale relazione si inserisce?
È un intervento che nulla ha a che fare con il bambino, che non riguarda lui, ma che lo utilizza in quanto strumento per mettere in valore se stessi a scapito dell’altro o per colpire l’altro. Io parlo con il bambino, screditandoti, ed in questo modo uso mio figlio come strumento per far sì che il bambino abbia di me un’immagine positiva o per dirti che non approvo il tuo comportamento, che non condivido le tue priorità. In sintesi “io mi valorizzo e muovo una critica nei tuoi confronti, ma non lo faccio direttamente, ma attraverso il nostro bambino”.
Questo tipo di comportamento, purtroppo molto più frequente di quello che si creda, se è vero che crea una complicità tra uno dei genitori ed il figlio, non aiuta di certo il bambino nel suo sviluppo e nella sua crescita. Il bambino, infatti, ha più bisogno della complicità tra i suoi genitori che della complicità tra uno dei due e lui, perché la complicità tra i due genitori, l’intesa sullo stile educativo gli dà una sicurezza, un punto di riferimento stabile, al quale contrapporsi se è il caso, facendo i capricci per esempio, ma in ogni caso non lo confonde, non lo destabilizza. Ed è questo quello che conta! Poiché un bambino destabilizzato, che non ha dei riferimenti chiari e precisi, che non capisce cosa sia giusto e cosa sbagliato, spesso manifesta questo disorientamento con comportamenti fortemente disturbanti quali iperattivitàaggressivitàimpulsività, tutti comportamenti che mettono a dura prova gli equilibri familiari, che spesso vengono messi in atto anche nel contesto scolastico, con gli insegnanti, con i compagni, creando al bambino anche grosse difficoltà di socializzazione, di accettazione da parte degli altri.
Ma perché tante coppie non riescono ad avere un unico stile educativo?
Ricordiamoci che ogni mamma ed ogni papà sono stati figli, hanno avuto dei modelli genitoriali e dei modelli educativi che nel momento in cui divengono genitori ritornano, si rendono presenti, in maniera più o meno inconsapevole.
Ed allora avremo chi ha avuto una determinata educazione e ritiene che sia stata giusta e tende a riproporre lo stesso stile e modello, chi vi si contrappone energicamente, chi è alla ricerca di un modello altro, magari informandosi, leggendo, documentandosi.
I guai iniziano quando ci si trova su posizioni nettamente contrapposte, “si mangia seduti a tavola”, “dai ma è piccolo che ci fa se mangia in giro per casa”, “si va a letto presto”, “ma che vuoi che sia se sta alzato ancora un po’”, “non hai rispettato una regola della famiglia ed allora ti darò questa punizione”, “ma quale punizione, che esagerazione!”. Gli esempi potrebbero essere infiniti.
Verrebbe da pensare “poveri figli”! Come può un bambino orientarsi in questa confusione, come può capire cosa fare e cosa non fare, cosa sia giusto e cosa sia sbagliato?
Purtroppo molte volte nelle relazioni familiari si perde di vista il vero obiettivo del creare una famiglia, cioè creare un luogo di scambi affettivi, di comunicazione, di aiuto reciproco, di sicurezza. Molte volte le famiglie si trasformano in veri e propri campi di battaglia, in cui “farsi la guerra”, in cui prevaricare l’altro, imporre il proprio modo di vivere, etc.
Queste dinamiche vengono accentuate con l’arrivo di un figlio. Ognuno dei due genitori penserà di essere nel giusto, che il proprio modo di concepire la crescita, lo sviluppo, l’educazione del bambino sia quello giusto, se l’altro è d’accordo bene, se non è d’accordo sta sbagliando.
È molto difficile mettersi in discussione, pensare che forse si stiano commettendo degli errori, che qualcosa forse vada modificata. Ma purtroppo è l’unica strategia possibile per ritrovare la serenità e per garantire ai nostri figli un luogo sicuro, un luogo protetto, uno sviluppo sereno ed armonico.
Cosa fare allora?
Innanzitutto il proprio modo di concepire la crescita e l’educazione di un figlio va discusso ancor prima che il bambino nasca, è importante anche durante la gravidanza che i due genitori si confrontino su come ognuno di loro vive questo momento, sulle proprie emozioni, sulle proprie aspettative circa la nascita del bambino, su quali saranno le regole della propria famiglia, le priorità da perseguire, etc.
Inoltre è di fondamentale importanza che qualunque screzio nasca, in seguito ad un comportamento del bambino, non venga discusso davanti al bambino, contrastandosi a vicenda, ma “in separata sede”.
Se un genitore fa un intervento e l’altro non è d’accordo in quel momento deve assecondare l’intervento dell’altro, discutendone successivamente e non alla presenza del bambino. Se un bimbo rimproverato dal papà va a rifugiarsi tra le braccia della mamma, è giusto che la mamma lo consoli e lo conforti ma allo stesso tempo non può e non deve criticare il papà che l’ha rimproverato, e viceversa naturalmente.
I bambini sono anche molto più furbi di quello che spesso pensiamo e via via che cresceranno utilizzeranno sempre più a loro vantaggio i contrasti tra i genitori per ottenere ciò che vogliono, per non rispettare le regole familiari. Sapranno benissimo come provocare il padre o la madre, farli adirare ed innescare una lite tra i due e come recita un detto popolare “tra i due litiganti il terzo gode”.
Il problema è che il “godimento” di cui si tratta non è sempre un reale vantaggio per il figlio, a lungo termine. Se non voglio studiare e faccio perdere le staffe a mia madre, a quel punto interviene mio padre e se la prende con lei perché urla sempre, e in tutto questo trambusto io non studio, qual è il vantaggio che ne ottengo? Non studiare! Certo sul momento è un bel vantaggio ma poi?
Tante volte è questo ciò che accade, ci si concentra più sulle relazioni conflittuali che sul reale compito che un genitore ha: garantire al proprio figlio le migliori condizioni possibili perché possa crescere bene e diventare un giorno un adulto capace di costruirsi la sua vita e le sue relazioni affettive.

Dott.ssa Roberta La Barbera
Psicologa e Psicoterapeuta

giovedì 10 novembre 2016

LA GELOSIA DEL FRATELLO MINORE




Oggi proponiamo un articolo molto interessante su un argomento poco trattato, con il quale invece, ogni genitore che abbia più di un figlio si trova a fare i conti. L'articolo è a cura di Mamma Medico, blog con consigli e informazioni per la salute dei bambini.


C’è un argomento caldo, anzi caldissimo che avevo trattato diverse volte in passato ma che ora torna prepotentemente, un evergreen insomma.
Di che si tratta? Della gelosia fra fratelli. Ne hanno scritto in questi giorni altre mamme blogger e anche io avevo in serbo il post da tempo. Perché ne scrivo oggi? Non per fare la “copiona”, ma nella speranza che qualche lettore “illuminato” abbia qualche consiglio.
Quando pensiamo alla gelosia fra fratelli, pensiamo sempre a quella che il fratello maggiore manifesta verso il minore.
E il motivo è chiaro.
Un bimbo che fino a quel momento è stato da solo ha ricevuto tutte le attenzioni dei genitori, non ha dovuto dividere con nessuno il loro tempo, il loro affetto, non ha dovuto dividere con nessuno spazi e giochi. Tendenzialmente il piccolo figlio unico diventa il reuccio di casa stra-amato, stra- coccolato.
Quando arriva un fratello per forza di cose cambiano gli equilibri, la mamma si assenta per qualche giorno e torna con in braccio l’altro bambino. Un piccolo bambino che piange e reclama tutte le attenzioni. Un piccolo bambino a cui non si può dire di aspettare se piange, se ha fame o ha bisogno di essere cambiato. Al primogenito si. Il primogenito è grande. È grande anche se ha due anni e proprio grande non è. Così iniziano i problemi noti e stranoti. Si tratta di gelosia. Gelosia che tutti danno per normale. Anzi. Sarebbe strano se non ci fosse.
Io stessa da sorella maggiore me la ricordo bene. Avevo 4 anni quando è nata mia sorella. È cambiato tutto nella mia vita anche perché negli anni ‘70 non c’erano certo le accortezze in materia di psicologia del bambino che ci sono oggi. E mi ricordo bene che seppellivo quel sentimento di “odio” verso di lei che mi faceva sentire cosi’ in colpa quando riemergeva.
Me lo sono ricordata cosi’ bene che quando aspettavo microba e poi quando è nata, tutte le accortezze, le attenzioni, erano per supernano. Siamo stati anche fortunati perché microba fino ad un anno non si è mai sentita. A parte le esigenze fisiche non richiedeva altro. Dove la si metteva stava, pendeva dalle labbra del fratellone che la adorava. Nessuna necessità di rivedere gli equilibri famigliari, nessuna turbolenza nella vita di supernano.
Fino all’anno di microba appunto.
Poi sono sorti i problemi a cui non ero preparata. Quei problemi che ancora oggi faccio fatica a gestire.
Microba si è accorta di esistere. Microba ha cominciato a pretendere una sua collocazione. Microba ha messo a fuoco il fratello in modo diverso. Non era più solo il bimbo da seguire ed emulare, era quello che le portava via la mamma perché i minuti della buonanotte prima equamente divisi dovevano essere solo per lei; era quello che attirava le attenzioni degli estranei o dei nonni o degli zii quando ha iniziato la prima elementare ed orgoglioso mostrava zaini e quaderni; era il super sportivo che riceveva i complimenti dai maestri.
E microba?
Microba ha deciso che doveva andare a scuola quando il tempo della scuola primaria era ed è lontanissimo; ha preteso zaino e quaderni; alla sera deve fare i compiti e con caparbia da sola ha imparato a scrivere numeri e lettere; deve essere altrettanto brava negli sport: lo scorso anno sotto una tormenta di neve ha imparato a sciare non lamentandosi mai, ha deciso che deve nuotare nell’acqua alta senza braccioli, vorrebbe giocare a tennis e ha messo il muso quando le è stato detto che è troppo piccola.
Tutto ciò potrebbe essere positivo, ma, c’è un ma. Quando non può, quando non ottiene quando si rende conto dei suoi limiti (d’età) quando supernano, che nel frattempo sta molto in disparte, ha veramente bisogno, scatta il trip. Microba si trasforma, diventa una iena. Calci, pugni, morsi verso di me o verso il fratello, verso i suoi giochi, verso gli oggetti di scuola. Minaccia di andarsene di casa o al contrario invita poco gentilmente noi ad andarcene, sostenendo che nessuno l’ascolti, le voglia bene. Impossibile descrivere quello che succede a casa nostra in quei momenti. Niente e nessuno la può calmare. E la “pazzia” scatta all’improvviso. A volte senza neppure un apparente motivo.
All’inizio mi sentivo impotente. Ho alternato momenti di resistenza passiva a momenti di resistenza attiva. Ho comprato libri. Per me. Per lei. Uno molto carino si intitola “Giallo di gelosia” ed è la storia di una mamma con 3 figli che si clona in 3 mamme causa la gelosia dei suoi bambini.
Una delle ultime volte dopo aver contato fino a 1000 l’ho presa in braccio con calma (anche se dopo che aveva pasticciato il quaderno di matematica del fratello avevo solo voglia di prenderla a sberle-e non mi vergogno a dirlo) e le ho parlato con calma. Le ho spiegato che lei doveva essere fiera di avere un fratello maggiore. Innanzitutto perché stare da soli è brutto ma soprattutto perché lei era stata scelta oltre che dalla mamma e dal papà anche da suo fratello che fino da subito l’aveva amata tantissimo.
Queste parole l’hanno colpita moltissimo. Stavo quasi tirando un sospiro di sollievo quando mi è caduta addosso un’altra tegola.”mamma, va bene, ma come ho fatto ad entrare nella pancia?” …
Cosa le ho raccontato sarà argomento di un altro post!



http://www.mammamedico.it/psicologia/la-gelosia-del-fratello-minore/

mercoledì 9 novembre 2016

LETTONE SÌ… LETTONE NO



Una delle domande che spesso mi viene posta dai genitori è “come faccio a far uscire mio figlio dal lettone?

Il problema è controverso e il dibattito tra chi è favorevole al “co-sleeping” (come lo chiamano gli anglosassoni) e chi è contrario è molto acceso.

Il mio articolo di oggi non vuole entrare nel merito di ciò che sia giusto e ciò che sia sbagliato ma vuole fornire uno spunto di riflessione in merito a questa tematica molto sentita da tutti i genitori.
Di solito quando mi si pone la domanda che ho esplicitato all’inizio la mia risposta è un’altra domanda: “come mai suo figlio dorme nel lettone?

A questa domanda seguono le risposte più differenti: a volte perché il bambino sta male e richiede un maggiore controllo durante il sonno, altre volte perché la mamma allatta e in questo modo risparmia un po’ di energia e riprende subito sonno, oppure il bimbo lasciato nel suo lettino piange e si tranquillizza con il contatto fisico e con il calore materno, etc. etc.

Suddividerei le risposte, generalizzando, in due grandi filoni:

lettone come esigenza del bambino
lettone come esigenza dei genitori 

Volendosi focalizzare sul lettone come esigenza dei genitori (spesso più delle mamme), molte volte le risposte che ricevo sono relative ad una soddisfazione che le madri stesse ottengono dal dormire insieme al figlio, senza che sia stato il bambino a richiedere di dormire con i genitori:

è davvero una meraviglia dormire con il mio piccolo. Mi sveglia la mattina o quando si addormenta mi accarezza
siamo un tutt’uno, lui dorme sempre sul mio petto e lo tengo abbracciato
averla vicina in fondo ci piace
perché ci piace tanto!
certo prendiamo calci e pugni ma in fondo è bellissimo, non torneranno mai questi tempi!
perché, lo confesso, mi piace tenerla lì
amo mettere il mio cucciolo nel lettone per puro e semplice piacere! Il tempo vola e... voleranno gli anni ed io mi voglio godere a pieno il mio cucciolino
mi piace dormire con mio figlio.


Tutte queste risposte indicano come ci siano delle situazioni in cui la madre (o entrambi i genitori) provano piacere nel dormire con il loro piccolo, che quindi la scelta di dormire insieme a lui non parta da una richiesta del bambino, che magari ricerca il contatto con la mamma, gli odori, il calore, ma da un bisogno della mamma stessa di condividere il sonno con il suo bambino.

Ci si potrebbe chiedere cosa ci sia di male in questo? Cosa ci sia di sbagliato?

Se è vero che i bambini hanno bisogno del calore materno, dell’amore, dell’affettività, delle coccole, è altresì vero, però, che fin da piccolissimi i bambini hanno bisogno del limite, hanno la necessità che il rapporto con la madre non diventi un rapporto di fusionesimbiotico, in cui può rischiare di venir meno la soggettività del bambino.

Risposte come quelle esposte sopra, indicano il rischio che possa esserci nella mamma una tendenza ad una relazione fusionale e simbiotica con il proprio bambino, una relazione che porta ad ostacolare il sano sviluppo verso l’autonomia e l’indipendenza del bambino.

Certamente questa risposta da sola non può bastare a definire una situazione potenzialmente “pericolosa” per la crescita del bambino, ma può essere un campanello d’allarme che può, quanto meno, fare insospettire.

In questi casi, quindi, dietro la domanda esplicita “come faccio a far uscire mio figlio dal lettone” si cela il desiderio implicito che ciò non avvenga, e i bambini sono molto sensibili al desiderio materno, anche a quello non esplicitato, non detto, per cui con il loro comportamento di rifiuto ad abbandonare il lettone rispondono implicitamente al desiderio della mamma, che rimangano sempre piccoli, sempre vicini, che non si separino dai genitori.

Un altro aspetto da non sottovalutare è poi il significato simbolico del lettone. Il letto matrimoniale, così come lo indica la parola stessa, è il luogo della coppia, è il luogo di mamma e papà, e in quanto luogo simbolico è carico di tutta una serie di significati importanti per il bambino. 
Così come ho già descritto nel mio articolo “RELAZIONE DI COPPIA CON L’ARRIVO DI UN FIGLIO, VITA SESSUALE,MATERNITÀ E PATERNITÀ”, per un bambino non è importante soltanto sapere di essere nato dal desiderio di mamma e papà verso di lui, per un bambino è fondamentale sapere di essere nato dal desiderio di un uomo per una donna e viceversa, di essere il frutto del desiderio di una coppia, dell’amore tra il padre e la madre. Il luogo della coppia, allora, assume quel significato simbolico. 

Ma allora il bambino può sentirsi escluso? 

Certo! Anzi, il bambino deve sentirsi escluso da ciò che circola tra il padre e la madre, in quanto uomo e donna, ed è da tale esclusione che prende vita tutto lo sviluppo affettivo del bambino o della bambina e che un giorno lo o la porterà ad avere delle relazioni affettive sane.

Il bambino deve aver chiaro fin dall’inizio che lui è amato dai suoi genitori, ma che c’è qualcosa tra il padre e la madre che non lo riguarda, che concerne solo loro in quanto uomo e donna.

Tante volte, dopo quella famosa domanda di cui sopra, sono emerse situazioni in cui il bambino nel lettone contribuiva all’allontanamento della coppia, all’esclusione del padre, sfrattato e mandato a dormire nel lettino del bambino, all’alibi perfetto per evitare la sessualità; sono tutte condizioni cliniche evidenti, certo non frequenti, ma neppure molto rare.

Infine un capitolo a parte andrebbe aperto nei casi di separazione, in cui spesso le mamme, rimasto vuoto il posto nel lettone del marito, invitano il figlio o la figlia a dormire lì con loro “per compagnia”. 

Ma questo è un altro argomento che merita una trattazione più approfondita.